Ho scritto un libro

Tutto è iniziato molti anni fa. Avevo appena sei anni quando giravo con il mio taccuino e la mia penna preferita per scrivere poesie sulla Natura. Poi, per anni ho dimenticato come mi faceva sentire ricoprire di inchiostro la carta bianca.

Finché al liceo non ho incontrato la migliore insegnante di Italiano che potessi desiderare. Lei mi ha fatto tornare la voglia di scrivere. Per anni ho provato a buttare giù idee ma non ne ho mai portata a termine alcuna. In parte per pigrizia, in parte perché nessuna storia mi convinceva. Ho iniziato un thriller con un omicidio-suicidio. Ho cominciato un romanzo sull’anoressia. Dopo un po’ mi sono demoralizzato, anche perché i miei miti erano Virginia Woolf e Natalia Ginzburg. Come fai a scrivere qualcosa di buono se hai loro come mete da raggiungere? Insomma, mi sono perso.

Dopo un brutto esaurimento nervoso, ho ripreso a scrivere. Molti dicono che bisogna dire ciò che si sa senza inventarsi nulla. Così, ho finito un romanzo familiare sulla mia vita e sui miei antenati ma nessuno lo ha voluto pubblicare. Sinceramente ci sto ancora lavorando per migliorarlo, perché lì dentro c’è tutto me stesso.

A trent’anni, nonostante il mio sogno fosse un po’ stropicciato, non ho perso le speranze e ho aperto l’ennesimo blog, in cui ogni tanto scrivevo storie di fantasia. Proprio una di quelle storielle ha colpito una cara amica che aveva aperto da poco una piccola casa editrice. Lei mi ha convinto a continuare e mi ha spronato a finire quella fantasiosa narrazione.

Non era la prima volta che la mia amica cercava di tirarmi fuori maieuticamente un libro. Correva l’anno 2008 e io ero un giovane fuoricorso presso l’Università di Torino. Iniziai a scrivere una guida per i fuoricorso ma poi la vita da studente disgraziato mi fece prendere un’altra strada.

Dieci anni dopo la mia amica non ha mai smesso di credere nelle mie capacità. Capacità di cui io non sono ancora consapevole. Quando la mia mente (malata) ha prodotto una storia di fantascienza, mi sono stupito perché io non leggo fantascienza!

Tuttavia, ho sempre avuto una fervida immaginazione. Da piccolo, insieme alla mia vicina di casa, distruggevo il salotto saltando dalla poltrona al divano: immaginavamo che il pavimento fosse un oceano pieno di famelici squali. Alla fine ci salvavamo a vicenda giusto in tempo per fare merenda. La mia fantasia è frutto della relazione con gli altri e, forse, della cattiva digestione che mi fa vedere i draghi.

Non sono tante le persone in grado di stimolare la fantasia in una conversazione. Oppure tutti sono capaci ma solo alcune si sintonizzano sulla tua lunghezza d’onda. Ancora oggi, dopo anni di silenzi e di abbandoni, due persone continuano ad avere su di me un effetto ludico: un paesano e una mezza contadina. Quando ci incontriamo non esiste né un filo logico né uno spazio-tempo: tutto può succedere nei nostri discorsi tranne la banalità del reale. Superare le barriere della realtà è un desiderio che ha sempre afflitto l’uomo, da quando Ulisse si fece legare all’albero maestro della sua nave, da quando Dante si inoltrò nella selva oscura e da quando Umberto Eco ha colto una magica rosa.

Non posso dire molto sul mio libro. Ma posso dire qualcosa sulle persone che mi hanno aiutato a coltivare una fantasia che non si spegne mai. Il mio cervello è una macchina immota che continua a macchinare possibilità, alternative e mondi paralleli. Ma è grazie a chi ho incontrato sul mio cammino che posso dare un carattere ad un personaggio, che posso dare verosimiglianza ad un evento..

Dai, qualche cosa posso svelare. Il libro parla di come ci si sente quando si lascia la propria casa per iniziare un viaggio nell’ignoto. Il racconto cerca di indagare l’amore più profondo che ci sia. Un amore che lascia dei solchi sulla pelle. Io ne ho uno sul cuoio capelluto, fatto da un anello d’oro con una pietra a forma di cuore. In testa ho un cuore.

Il libro uscirà solo a settembre ma sono già emozionatissimo.

Grazie a Voce In Capitolo, a La Tata Maschio e a Manuela Mapelli.

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